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17 aprile 2014 4 17 /04 /aprile /2014 09:54

 

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 Dall’ultimo rapporto dell’IPCC (Commissione intergovernativa sul cambiamento climatico) emerge che l’auspicato taglio delle emissioni di CO2 è fallito e che anzi ogni anno vengono immessi nell’atmosfera circa un miliardo in più di gas serra. Gli scienziati prevedono che, se il trend non cambierà, nel 2100 la temperatura media globale dell’atmosfera aumenterà tra 3.7 e 4.8 gradi.  Se ciò avvenisse, le conseguenze sarebbero :

  1. Ritiro dei ghiacciai con conseguente innalzamento del livello marino che, a sua volta, provocherà la scomparsa di numerose città tra cui New York, Bombay e Calcutta, per citare le più note;

  2. Aumento della siccità in altre parti del mondo e conseguente desertificazione di vaste regioni dell’Africa, dell’Asia e dell’Australia, per non parlare delle regioni del sud Italia;

  3. Tutto questo, in ultima analisi, provocherà un aumento delle bocche da sfamare con conseguenti migrazioni bibliche e guerre per la sopravvivenza d’intere popolazioni.

    Per impedire questa catastrofe geografica e umana gli scienziati propongono una riduzione del 40% dell’emissione di CO2 entro il 2020, fino all’azzeramento delle emissioni derivate dalla combustione di carbone, gas o petrolio entro il 2100.

     

    Provvedimenti di tale portata, pur necessari e urgenti, che investono la sfera politica ed economica e la mentalità diffusa dei popoli, incontrano ostacoli pressoché insormontabili:

  1. L’indifferenza e la resistenza dei politici che temono di perdere il consenso nel momento in cui attuassero politiche energetiche profondamente innovative;

  2. L’opposizione degli industriali che sono interessati solo a un aumento della produzione e dei consumi;

  3. In ultima analisi l’impopolarità che eventuali politiche di revisione/riduzione della produzione e dei consumi provocherebbero nei paesi ricchi o in forte espansione economica, come la Cina.

     

    Cosa si può fare?

    Non è facile proporre soluzioni a problemi globali in una realtà in cui non esiste un governo mondiale e in cui è difficile risolvere crisi di dimensione regionale, come i recenti fatti dell’Ucraina  dimostrano. Però, tra le proposte fatte in questi anni da scienziati ed ecologisti, mi sento di caldeggiarne alcune :

  1. Una conversione totale alle fonti di energia cosiddette rinnovabili (eolica, solare, idrica, geotermica);

  2. Una redistribuzione geografica della produzione industriale e soprattutto agricola, favorendo quelle dei “paesi poveri”, anche per contrastare la desertificazione d’intere aree del globo a cominciare dal centro dell’Africa.

  3. Una rivoluzione qualitativa dell’attuale produzione mondiale, considerando che, in prospettiva globale, siamo di fronte ad una crisi di domanda  e non di offerta. Occorre quindi passare da una superproduzione centrata sull’innovazione tecnologica esasperata di beni “superflui” a un’innovazione tecnologica legata all’agricoltura. Un esempio potrebbe essere lo studio di nuove tecniche per il rifornimento di acqua nelle zone aride (come ha fatto a suo tempo Israele);

  4. Una riforestazione  d’intere aree della Terra,  che servirebbe, da una parte, a contrastare la desertificazione e, dall’altra, alla diminuzione della quantità globale di CO2  che verrebbe riassorbita dalle nuove foreste.

Ciò è possibile? Secondo me sì, ad alcune condizioni.

  1. Favorire forme di governo mondiale, cominciando dal rafforzamento del ruolo degli organismi internazionali come ONU, Unesco, ecc.;

  2. Cambiare le politiche economiche, agendo anche sulla leva fiscale, soprattutto negli Stati “ricchi”,  incentivando la ricerca e la produzione collegate al risparmio energetico;

  3. Modificare la politica degli “aiuti” ai paesi “poveri”, facilitando la loro autonomia economica e produttiva a cominciare dalla quella agricola.

     

    Difficile? Sì, ma non c’è alternativa.

     

 

 

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Published by diogene - in Attualità
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