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14 maggio 2014 3 14 /05 /maggio /2014 07:07

 

 

Ormai gli impegni sexpo1.jpgono stati presi. Entro un anno i lavori per l’Expo 2015 dovranno finire. Intanto nei giorni scorsi la magistratura milanese ha arrestato alcuni faccendieri che pretendevano tangenti dalle imprese appaltatrici.  Verrebbe voglia di fermare tutto. Ma naturalmente a questo punto è assurdo.

 

 

 

 

 

 

Però alcune osservazioni vorrei farle. 

1.       E’ possibile mai, come ha già detto, con la solita ironia, Gramellini, che, in questa Italia della disoccupazione giovanile (quasi 40%), non ci sia spazio per i giovani neppure nel campo dei faccendieri e dei corruttori?  Alcuni protagonisti dell’odierna tangentopoli, infatti, sono gli stessi personaggi di quella del ’92.

2.       Non si potevano investire questi soldi per alcune piccole (si fa per dire) opere che aspettiamo da decenni? Per esempio:

a)      Raddoppio del binario nelle linee ferroviarie siciliane o calabre o liguri (l’incidente successo alcune settimane fa, nei pressi di Ventimiglia, ha reso inagibile la linea per la Francia per più di un mese, fino al momento in cui il treno deragliato non è stato rimosso);

b)      Treni decenti per i pendolari di tutta Italia e Alta Velocità anche al sud;

c)       Messa in sicurezza dei siti archeologici, a cominciare da Pompei, dalla Reggia di Caserta o da Cerveteri;cerveteri.jpg

d)      Opere di bonifica del territorio: Taranto, le zone della Lombardia limitrofe a quelle in cui sorgerà la Fiera del cibo, solo per fare alcuni esempi;

e)      Depuratori delle acque reflue dei paesi costieri che oggi inquinano il mare;

f)       Lavori di risanamento-rifacimento delle carceri, ristrutturando quelle attuali o riadattando vecchi edifici pubblici o costruendone nuove;

g)      Manutenzione ordinaria e straordinaria delle scuole.

MI fermo qui.  Alcune di queste “piccole” Opere darebbero lavoro, migliorerebbero l’offerta turistica del nostro Paese, incrementerebbero il trasporto pubblico. Inoltre, dato che, prese singolarmente, impegnano somme meno imponenti delle cosiddette Grandi Opere, dovrebbero attirare meno corruzione e malavita organizzata (ma di ciò non sono sicurissimo!).  Altre servirebbero semplicemente a fare dell’Italia un paese più civile.

 Speriamo che Expo serva da lezione.

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28 aprile 2014 1 28 /04 /aprile /2014 05:44

due papi1

 

La canonizzazione dei due papi, avvenuta alle 10.15 di oggi, con la frase di rito in latino, è durata poco più di un minuto.

Erano presenti il papa emerito Benedetto XVI, 150 cardinali, 1.000 vescovi, 6.000 preti, 122 delegazioni ufficiali. Tra queste ultime c’erano re, capi di Stato e di governo, a cominciare da Napolitano e da Renzi, per finire col dittatore Mugabe, presidente dello Zimbawe.  

Ma soprattutto era presente almeno un milione di persone provenienti da tutto il mondo, in particolare dall’Italia e dalla Polonia, com’era naturale essendo queste le Nazioni d’origine dei due papi proclamati santi.

                                                                                                                                                                                                                               

Francesco, nella sua omelia, ha cercato di unificare le due figure citandole come “uomini coraggiosi” che non hanno avuto paura di “chinarsi” di fronte alla “sofferenza” e alle “piaghe” dell’uomo, dando così “testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio, della sua misericordia”. Non ha potuto, però, dimenticare le differenze tra i due personaggi: «..nella convocazione del Concilio, Giovanni XXIII ha dimostrato una delicata docilità allo Spirito Santo, si è lasciato condurre ed è stato per la Chiesa un pastore, una guida-guidata. Questo è stato il suo grande servizio alla Chiesa; per questo a me piace pensarlo come il Papa della docilità allo Spirito….Giovanni Paolo II - ha aggiunto - è stato il Papa della famiglia. Così lui stesso, una volta, disse che avrebbe voluto essere ricordato, come il Papa della famiglia». 

Dopo la celebrazione della messa Bergoglio ha voluto fare un bagno di folla, percorrendo con la “papamobile” alcuni chilometri e benedicendo i fedeli accalcati dietro le transenne di via della Conciliazione.

due-papi2.jpg

 

Le televisioni italiane hanno “coperto” l’evento con grande dispiegamento di forze (troppe a mio giudizio!): RAI News, in primis, con le sue dirette quasi ininterrotte, sin dalle prime ore del mattino, ha mostrato la duplice valenza dell’avvenimento. E’ stata una giornata di spiritualità e di festa popolare insieme: abbiamo visto uomini e donne inginocchiati a pregare, altri intenti a protestare per gli eccessivi controlli, altri che sventolavano bandiere soprattutto biancorosse o cantavano o recitavano rosari.

                                                                                                                               

Quasi tutti i papi, durante il loro pontificato, hanno nominato dei santi, da Pio XII (33) a Benedetto XVI (44) stesso, da Alessandro III (8) a Giovanni Paolo II (che detiene il record con 123 santi da lui proclamati): ne ha fatto a meno Alessandro  VI (al secolo Rodrigo Borgia) in tutt’altre faccende affaccendato. Ma dalle cronache non risulta che la canonizzazione di un beato sia stata accompagnata da una tale spettacolarizzazione. Non ho la preparazione, né storica né sociologica né di psicologia delle masse, per spiegarne bene i motivi. Posso azzardarne alcuni:

1. la grande facilità di comunicazione e di trasporti di questi tempi (televisioni, social network, aerei, treni, automobili);

2. la grande popolarità dei due papi, legata alla loro quasi contemporaneità.;

3. il desiderio universale d’idee e ideali unificanti, che trovano poco sbocco nella politica praticata, fatta sempre più di slogan, parole d’ordine, talora offensive nei confronti degli avversari.

In quest’epoca di passaggio e di crisi, alla discussione sembra essersi sostituito il fanatismo, al ragionamento il fideismo nel capo, alla comprensione dell’altro lo sberleffo. Soprattutto nel nostro Paese.

Credo che tutto questo, però, c’entri poco con il rinnovamento della Chiesa, quello propugnato da San Francesco cui il papa attuale ha detto di volersi ispirare.

 

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26 aprile 2014 6 26 /04 /aprile /2014 10:31

ambasciata1.jpg

Roberto Perotti su Lavoce.it e Thomas Mackinson su Il fattoquotidiano.it, confrontano i costi delle sedi  italiane all’estero con quelle degli altri Stati, europei e non, a cominciare dagli stipendi degli ambasciatori.

Il redattore de Lavoce, afferma, tra l’altro, che, a fronte di uno stipendio netto mensile dell’ambasciatore tedesco di 8.449 euro, il nostro rappresentante a Parigi guadagna 29.995euro, con un rapporto di 1 a 2.48, cioè l’italiano guadagna due volte e mezzo il tedesco per la stessa funzione.

Non solo. Da un articolo di Salvatore Antonio Meschino, Console Onorario Generale per l’Australia in Lituania, sul sito bastacastaaltervista.org, emerge che questa “larghezza di vedute” si estende agli autisti che guadagnano anche 10.000 euro il mese, per non parlare degli 8.000 euro (stessa fonte) percepiti dai carabinieri mandati in missione presso le ambasciate italiane all’estero: tra l’altro, nello stesso articolo, Meschino sostiene che con i consolati onorari si potrebbe risparmiare un sacco di soldi a parità di servizi.

A questo punto corre l’obbligo di effettuare una verifica sul sito del Ministero degli Esteri, al capitolo Trasparenza, soffermandosi soprattutto sui paragrafi “Amministrazione trasparente” e “Annuario statistico”. Le questioni da chiarire e approfondire sono appunto i veri stipendi degli ambasciatori, oltre che del personale, e il confronto con le Amministrazioni di altri paesi.

Questa è la prima tabella da prendere in considerazione (Trasparenza/Retribuzioni dirigenziali) :

Retribuzioni annue lorde, comprensive della tredicesima mensilità, corrisposte ai gradi della carriera diplomatica titolari di struttura dirigenziale ex DPR 206/2010 (Biennio Economico 2008-2009)

Funzione

Grado

Fascia

Stipendio Tabellare

Retribuzione di posizione

Retribuzione di risultato ANNO 2013**

Totale annuo lordo

Segretario Generale *

Ambasciatore

A

€ 108.889,00

€ 192.431,26

*€ 0,00

€301.320,26

La retribuzione di risultato per il Segretario Generale è stata eliminata in applicazione dell'art. 23 ter d.l. n. 201 del 2011 convertito in l. n. 214 del 2011. Gli importi lordi sono soggetti alle seguenti ritenute: Previdenziali e assistenziali: 11,15% per Stipendio Tabellare e Indennità Posizione, 9,15% su Indennità di Risultato. E' previsto un conguaglio previdenziale dell’1% su importi eccedenti un limite annuale fissato per legge. Per il 2013 il limite è Euro 45,530,00.IRPEF: secondo gli scaglioni di reddito previsti dalla legge, con aliquota marginale al 43%.

A parte la confusione tra i riferimenti al biennio 2008-2009 e quelli all’anno 2013, facendo i calcoli sulla base della tabella, risulterebbe che, nel 2013 (?), sia stato corrisposto ad un ambasciatore di fascia A uno stipendio netto di 271.191, dato compatibile con quanto evidenziato da Perotti.

Dalle ultime pagine dell’Annuario statistico, dove si fanno i confronti, relativi all’anno 2012, con le Amministrazioni delle altre Nazioni, poi, emerge che:

1.l’Italia ha 319 sedi all’estero (tra ambasciate, rappresentanze permanenti, delegazioni speciali, uffici consolari, Istituti di cultura), per un totale di un personale pari a 7.700 addetti, a fronte delle 229 della Germania per un personale di 12.503, e 275 degli Stati Uniti d’America per un personale di 69.962, quindi il nostro Paese ha più sedi di rappresentanza degli Stati Uniti!

2. Il bilancio (al netto dell’APS, cioè gli Aiuti Pubblici ai paesi in via di Sviluppo) è di 1.610 milioni di euro contro i 3.486 della Germania e i 14.775 degli Stati Uniti;

3. Il bilancio del Ministero degli esteri italiano incide per lo 0,10 sul PIL e per lo 0, 21 sul bilancio statale, mentre quello tedesco è lo 0,13 del PIL e l’1,15 del bilancio statale e quello degli Stati Uniti rispettivamente 0,12e 0,49. Quindi, almeno per l’incidenza sul PIL, non ci discostiamo molto dai paesi presi a paragone;

4. Le erogazioni per l’Aiuto ai Paesi in sviluppo rappresentano, però, lo 0,13 del PIL per l’Italia contro lo 0,38 in Germania.

A conclusione di tutte queste aride (ma non troppo, a saperle leggere) vorrei fare alcune considerazioni:

  1. Nell’Annuario Statistico non sono forniti gli stipendi netti delle diverse figure funzionali (neppure alcune, a titolo di esempio) delle ambasciate dei paesi stranieri, ma solo i dati aggregati. Anzi, confrontando la spesa lorda totale della Rete estera del nostro Paese con quella degli altri, relativamente al personale impiegato (SINTESI INTRODUTTIVA, Tavola 3.1, pag. 163 dell’Annuario), essa non sembra discostarsi molto dalle altre. Com’è possibile allora verificare sul sito le affermazioni del prof. Perotti e di altri Autori? Dov’è finita la trasparenza? Mi verrebbe da dire: dove sta il “trucco”? Le omissioni sono dovute a questioni di spazio?

  2. La cosa che, però, a leggere attentamente l’annuario, colpisce è la grande “tirchieria” dell’Italia negli Aiuti ai Paesi in Sviluppo (APS), ancora più evidente se si raffrontano i dati dei nostri contributi rispetto al bilancio dello Stato. Dai calcoli fatti essa rappresenta lo 0,1 % del nostro bilancio statale, a fronte del 3% del rapporto tedesco, cioè la Germania spende, relativamente al suo bilancio, 30 volte di più per aiutare i paesi emergenti. Questa è una questione fondamentale per quanto riguarda il futuro del mondo. Non ci sono politiche di “accoglienza” che tengano se non si risolvono gli squilibri del mondo alla radice. Gli sbarchi dei migranti in Sicilia sono solo il sintomo di problemi ben più gravi: ma queste sono questioni da affrontare in altra sede.

  3. Ancora, dall’Annuario statistico non emerge con chiarezza che gli Aiuti per lo Sviluppo gravano solo per il 21% sul Ministero degli Affari Esteri (MAE), essendo per la maggior parte gravanti sul Ministero dell’Economia, per non parlare della poca trasparenza che caratterizza la gestione di queste spese: ma anche questa è una questione da affrontare in un altro momento.

  4. Ultimo dettaglio. Non è rintracciabile (almeno da me) sul sito governativo lo stato patrimoniale e reddituale del ministro, come per gli altri ministri. Si trova, faticando non poco su internet, sul sito http://politici.openpolis.it. Ma perché non lo è sul sito del Ministero?

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17 aprile 2014 4 17 /04 /aprile /2014 09:54

 

 Rischi_e_aumenti_temperature.jpg

 

 Dall’ultimo rapporto dell’IPCC (Commissione intergovernativa sul cambiamento climatico) emerge che l’auspicato taglio delle emissioni di CO2 è fallito e che anzi ogni anno vengono immessi nell’atmosfera circa un miliardo in più di gas serra. Gli scienziati prevedono che, se il trend non cambierà, nel 2100 la temperatura media globale dell’atmosfera aumenterà tra 3.7 e 4.8 gradi.  Se ciò avvenisse, le conseguenze sarebbero :

  1. Ritiro dei ghiacciai con conseguente innalzamento del livello marino che, a sua volta, provocherà la scomparsa di numerose città tra cui New York, Bombay e Calcutta, per citare le più note;

  2. Aumento della siccità in altre parti del mondo e conseguente desertificazione di vaste regioni dell’Africa, dell’Asia e dell’Australia, per non parlare delle regioni del sud Italia;

  3. Tutto questo, in ultima analisi, provocherà un aumento delle bocche da sfamare con conseguenti migrazioni bibliche e guerre per la sopravvivenza d’intere popolazioni.

    Per impedire questa catastrofe geografica e umana gli scienziati propongono una riduzione del 40% dell’emissione di CO2 entro il 2020, fino all’azzeramento delle emissioni derivate dalla combustione di carbone, gas o petrolio entro il 2100.

     

    Provvedimenti di tale portata, pur necessari e urgenti, che investono la sfera politica ed economica e la mentalità diffusa dei popoli, incontrano ostacoli pressoché insormontabili:

  1. L’indifferenza e la resistenza dei politici che temono di perdere il consenso nel momento in cui attuassero politiche energetiche profondamente innovative;

  2. L’opposizione degli industriali che sono interessati solo a un aumento della produzione e dei consumi;

  3. In ultima analisi l’impopolarità che eventuali politiche di revisione/riduzione della produzione e dei consumi provocherebbero nei paesi ricchi o in forte espansione economica, come la Cina.

     

    Cosa si può fare?

    Non è facile proporre soluzioni a problemi globali in una realtà in cui non esiste un governo mondiale e in cui è difficile risolvere crisi di dimensione regionale, come i recenti fatti dell’Ucraina  dimostrano. Però, tra le proposte fatte in questi anni da scienziati ed ecologisti, mi sento di caldeggiarne alcune :

  1. Una conversione totale alle fonti di energia cosiddette rinnovabili (eolica, solare, idrica, geotermica);

  2. Una redistribuzione geografica della produzione industriale e soprattutto agricola, favorendo quelle dei “paesi poveri”, anche per contrastare la desertificazione d’intere aree del globo a cominciare dal centro dell’Africa.

  3. Una rivoluzione qualitativa dell’attuale produzione mondiale, considerando che, in prospettiva globale, siamo di fronte ad una crisi di domanda  e non di offerta. Occorre quindi passare da una superproduzione centrata sull’innovazione tecnologica esasperata di beni “superflui” a un’innovazione tecnologica legata all’agricoltura. Un esempio potrebbe essere lo studio di nuove tecniche per il rifornimento di acqua nelle zone aride (come ha fatto a suo tempo Israele);

  4. Una riforestazione  d’intere aree della Terra,  che servirebbe, da una parte, a contrastare la desertificazione e, dall’altra, alla diminuzione della quantità globale di CO2  che verrebbe riassorbita dalle nuove foreste.

Ciò è possibile? Secondo me sì, ad alcune condizioni.

  1. Favorire forme di governo mondiale, cominciando dal rafforzamento del ruolo degli organismi internazionali come ONU, Unesco, ecc.;

  2. Cambiare le politiche economiche, agendo anche sulla leva fiscale, soprattutto negli Stati “ricchi”,  incentivando la ricerca e la produzione collegate al risparmio energetico;

  3. Modificare la politica degli “aiuti” ai paesi “poveri”, facilitando la loro autonomia economica e produttiva a cominciare dalla quella agricola.

     

    Difficile? Sì, ma non c’è alternativa.

     

 

 

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27 febbraio 2014 4 27 /02 /febbraio /2014 19:35

bonafe.png

Bonafede non ha tutti i torti

Il fatto

L’assessore Bonafede, a proposito del suo stipendio, avrebbe detto che le sembra paradossale che “un assessore regionale guadagni meno del suo capo di gabinetto, meno di un deputato e, in certi casi, perfino di un commesso”.

Oltre ai tagli orizzontali – afferma Bonafede – gli assessori subiscono la tassazione dell’unica indennità percepita per intero. Così, per quanto mi riguarda, il mio stipendio netto, con la tassazione al 44%, è di 5.440 euro mensili. L’attività di assessore – conclude – non prevede pause e vacanze, meriterebbe un riconoscimento economico proporzionato al lavoro svolto, ai risultati ottenuti e all’assunzione delle responsabilità connesse”.

In effetti, una volta entrato nel sito della Regione Sicilia, ho verificato sulle pagine di “Amministrazione trasparente” (impresa non facile, alla faccia della trasparenza!) che il suo stipendio lordo è di 10.013,55 (al netto degli importi per i viaggi di servizio e per le missioni) e che è il più basso tra gli assessori e molto più basso dei dirigenti di alta fascia (che arrivano a superare i 200.000 euro lordi annuali, cui occorre aggiungere la cosiddetta “retribuzione risultato”). Non ho potuto verificare sul sito le tabelle degli stipendi dei commessi , ma da fonti indirette leggo che lo stipendio di un commesso all’apice della carriera si aggira intorno agli 80000 euro annui (il doppio quasi di un suo collega lombardo) . Trascuro che in Sicilia gli assistenti parlamentari, i cosiddetti commessi, sono 120 mentre in Lombardia, regione con il doppio di abitanti sono 81 (fonte: Quotidiano di Sicilia del 13 maggio 2010), perché il discorso diventerebbe troppo lungo.

Commento e alcune domande

  1. E’ vero: non c’è proporzione tra lo stipendio della Bonafede e quello di un dirigente. Ed io ritengo essere il lavoro del politico importante almeno quanto quello dl burocrate, se non altro perché le sue decisioni possono influire sulla vita reale di milioni di persone, nel bene e nel male (secondo l’opinione corrente più nel male che nel bene).  Ma perché l’assessora siciliana e tutta la giunta, compreso il Presidente Rosario Crocetta, non propongono di diminuire la retribuzione dei dirigenti, che sfiora quella del presidente Obama? E il discorso non vale solo per gli alti burocrati siciliani.

  2. Per quanto riguarda i risultati politici ottenuti dall’assessora, dovrebbe stare tranquilla: decideranno gli elettori.

  3. Ma chi, e come, decide la nomina degli alti burocrati? Chi valuta il loro rendimento? E, ammesso che ci sia qualcuno preposto a questo sacrosanto compito (sacrosanto dal punto di vista dell’interesse collettivo), costui , singola persona o organismo collettivo, può intervenire sul loro stipendio in rapporto al loro “profitto”, contrastando tutte le difese corporative? Succede nella realtà italiana?

  4. Insomma, quando avverrà che il popolo valuterà sulla base del merito e non dei favori fatti alla “clientela”? E quando i politici valuteranno i burocrati sulla base delle loro qualità ? Ovvero, quando saremo un paese normale?

 

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13 aprile 2013 6 13 /04 /aprile /2013 22:35

capolinea 11Il capolinea dell’11, alla periferia di Venaria Reale, somiglia a tutti i capolinea dell’hinterland di Torino, e forse d’Italia: un giardino, un prato spelacchiato, case popolari con i panni stesi sulla facciata.

Entrato nel centro storico, all’altezza di Altessano, borgo medievale da cui prese origine Venaria stessa nel XVI secolo, scendo per vedere la Reggia dall’esterno. Ne approfitto per fare alcune foto, anche durante il percorso a piedi. La strada che porta al castello è piena di ristoranti con menù turistici. Le case intorno, risalenti a epoche diverse, pur non sfarzose, conservano un loro decoro, ma all’intonaco di qualcuna andrebbe data una rinfrescata. Le targhe delle strade, in cui sono indicati oltre al nome attuale anche quelli vecchi, sono un condensato di storia, a cominciare dalla via Mensa, già via Maestra, già via  Carlo Alberto. Dopo aver superato la seicentesca piazza dell’Annunziata, a forma di medaglione, arrivo davanti alla Reggia. Il complesso, concepito, come tutto il borgo, nella seconda metà del seicento, da Amedeo di Castellamonte, è uno spettacolo di armonia e di grandiosità. I lavori di restauro, iniziati alla fine degli anni ’90 e non ancora del tutto finiti, hanno costituito “il più grande cantiere d’Europa nel campo dei beni culturali”, e i risultati si vedono: è uno dei cinque siti più visitati in Italia. Ma, se posso permettermi, a fronte della magnificenza generale, c’è qualche piccolo particolare che stona: non si potrebbero togliere o occultare i bidoni della spazzatura davanti all’ingresso delle scuderie juvarriane?

    Altro scorcio di Via Mensa              Centro-di-Venaria.JPG

   piazza-dell-Annunziata.JPG                   Entrata-alle-scuderie.JPG

Ridiscendo a Porta Palazzo, il più grande mercato all’aperto d’Europa. Un’esplosione di colori, di odori e di lingue diverse. Dalla parte della frutta e verdura predominano i magrebini, che hanno occupato il posto dei venditori ambulanti meridionali degli anni ’80 e ’90: gridano a più non posso, ripetendo la frase come una cantilena dal vago effetto ipnotico. Dalla  parte dell’abbigliamento si vedono per lo più visi orientali: non gesticolano e non alzano la voce. Non è cambiata, negli anni, solo l’umanità che compone il mercato. Sono cambiati in meglio l’aspetto architettonico e l’urbanistica di tutta l’area. Le facciate dei palazzi sono state ripulite e, se si fa un giro nelle vie limitrofe, è un pullulare di ristorantini italiani ed etnici. Anche la galleria Umberto I ha un aspetto più piacevole rispetto ad alcuni anni fa. Purtroppo sono anche evidenti i segni della crisi economica: un uomo raccoglie gli scarti di verdura abbandonati per terra dai venditori ambulanti e una signora gli si avvicina per chiedergli alcune foglie di sedano.

    Dolceria-araba-a-Porta-Palazzo.JPG                        Mercato-di-Porta-Palazzo-copia-1.JPG

 Risalgo e, nel percorso della stretta via Milano, ho modo di osservare le facciate delle chiese barocche: Basilica Mauriziana, San Rocco e San Francesco d’Assisi. In mezzo alle chiese, pasticcerie, kebab, negozi d’abbigliamento. Prima di attraversare via Garibaldi passiamo davanti al Municipio, una volta Palazzo di Città, da cui traggono il nome la piazza antistante e la stessa Porta Palazzo. Quella che una volta era la piazza delle Erbe è coperta oggi da una tettoia d’innumerevoli lampadari a forma di cubi colorati: di notte danno un bell’effetto di luci, ma di giorno stridono, a mio modesto giudizio, con tutto il resto, statua del Conte Verde compresa. Ma forse la coerenza delle parti non è più una categoria dell’estetica. Poi via Arsenale con le sedi centrali di banche o fondazioni bancarie dai bei portoni di legno o ferro battuto.

Si oltrepassa Corso Vittorio Emanuele e s’intravede la facciata della stazione di Porta Nuova, o meglio s’immagina di vederla, a causa  dei troppo lunghi lavori di restauro.

In Corso Matteotti, al capolinea, il “paesaggio” cambia di nuovo: al brulichio e alla concitazione del mercato e alla Torino storica si sostituiscono gli ordinati e maestosi viali alberati e le signorili, ma lontane dai fasti del Liberty, palazzine della Torino borghese dei primi ‘900, descritta anche da Pietro Citati.

Il pullman al ritorno, a causa dei sensi unici, fa altre strade: via XX Settembre e un tratto di Corso Regina Margherita fino a Piazza della Repubblica, dove riprende il tragitto dell’andata. C’è il tempo per vedere di sfuggita il Duomo di Torino da una parte e le vestigia della Torino romana con le torri palatine dall’altra. Solo nelle città italiane è possibile ripercorrere la storia di duemila anni nel perimetro di un chilometro quadrato!

A Porta Palazzo l’autobus, nonostante sia di quelli lunghi, si riempie fino all’inverosimile. In mezzo alle imprecazioni, agli odori e ai colori forti, inizia la guerra per la ricerca del posto, ma è una scena che si ripete ogni volta: gran parte delle persone c’è abituata e pazienta. Tanto tra cinque, sei fermate la sceneggiata sarà finita: scenderanno quasi tutti e i passeggeri rimasti troveranno posto.

 

 

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15 marzo 2013 5 15 /03 /marzo /2013 10:00

IMG_0087.JPG IMG 0103

 

In effetti, può essere un modo nuovo per conoscere i luoghi: non stressa, è economico, non inquina. Basta avere un po’ di spirito d’osservazione. Il “tour” comincia al capolinea del 60, un pullman che dalla periferia Nord di Torino porta al centro. In attesa della partenza mi guardo intorno. L’aspetto è quello di tutte le periferie delle grandi città, non troppo degradato ma senza nessuna concessione alla bellezza. C’è la chiesa degli anni ‘60, del colore grigio del cemento armato: solo la croce e la vicinanza dell’oratorio ci fanno capire che ci troviamo di fronte a un luogo di culto. Nei paraggi un campo di calcio spelacchiato e tanti parallelepipedi, tutti pressoché uguali, di sette, nove piani.

Due signore sulla settantina si scambiano i numeri di telefono, in un italiano non proprio “manzoniano”, dalle inflessioni dialettali miste, con il “te” invece del “tu”.

Il pullman corre veloce per via Lanzo: ai due lati palazzi alti, in paramano, degli anni ’60-’70, quelli dell’emigrazione di massa dal mezzogiorno d’Italia, nell’aiuola spartitraffico qualche alberello senza foglie.  Attraversiamo l’incrocio di Piazza Stampalia: ci sono i platani, le aiuole e un piccolo giardino con le altalene per i bambini, ma nulla che la distingua dalle altre piazze della periferia, che so, un monumento, una fontana, un bel palazzo ad essa prospiciente… Per carità, se non ci fosse sarebbe peggio: il verde serve all’occhio e ai polmoni. Ai suoi lati, tra i soliti palazzoni, noto tre o quattro bar con le vetrate inserite in profili metallici, alcune vecchie cabine telefoniche (chi le usa?), un centro d’incontro per anziani, una banca, un distributore di benzina, l’istituto aeronautico Grassi, nel cui cortile fanno bella mostra alcuni aerei della seconda guerra mondiale.

 Adesso il pullman svolta a sinistra: altri distributori di benzina, altre scuole in ferro e cemento armato, altri bar, qualche meccanico e qualche panetteria.  E – incredibile! - una fabbrica in attività, la “Olimpia Acciai”, sopravvissuta alla crisi produttiva dell’Italia e di Torino. E’ l’unica che incontro nel tragitto di quella che era una città industriale.

Sale una signora di colore con passeggino: ormai non si vedono più le donne montare sul pullman con il bimbo in braccio, anche perché nessuno si sognerebbe più di ceder loro il posto!

In via Orvieto il paesaggio cambia completamente. Delle fonderie Teksid (una città nella città) e degli stabilimenti Michelin sono rimaste solo tracce: in certi casi sono state riutilizzate le vecchie strutture portanti, come nel caso del centro commerciale Snos . Dove prima, in mezzo a rumori assordanti e temperature infernali, colava il ferro fuso, adesso, al fresco dell’aria condizionata, si susseguono negozi di telefonini, di scarpe, di generi alimentari, bar e gelaterie. Sembra che non sia più necessario produrre: servono solo i soldi per comprare.  Da una parte e dall’altra rispetto al percorso del 60, tra strade, rotonde e costruzioni nuove, sta nascendo il grande Parco Dora: per ora alberi giovani trapiantati ed enormi pilastri in ferro, colorati di rosso antiruggine, quasi moderni obelischi in ricordo della Torino industriale.

Corso Principe Oddone: cerco di immaginare come apparirà il viale quando gli interminabili lavori per il passante ferroviario, in mezzo ai palazzi dei primi del novecento, sarà finito. Il risultato non dovrebbe essere malvagio: sarà meglio sicuramente della ferrovia Torino-Milano che prima divideva in due quella parte di città.

Attraversata la bella e ottocentesca, piazza Statuto, vecchio e nuovo s’incontrano ancora in Corso Inghilterra, con i  ricordi della Torino borghese e ricca del secolo scorso (s’intravede in Corso Francia e nelle vie parallele qualche palazzo in stile Liberty), la stazione di Porta Susa, ancora da ultimare, il grattacielo della Provincia e quello, in costruzione, molto più alto, della Regione. Se avessero previsto la crisi dei nostri giorni, non li avrebbero né progettati né costruiti.

A questo punto il percorso è quasi finito. Siamo in Corso Vittorio Emanuele II. Eleganti palazzi, ormai centenari, vicino alle stazioni della metropolitana e, sullo sfondo, la colonna che sorregge il monumento al primo Re d’Italia: ancora alternanza di stili, ma qui prevale l’architettura delle case della Torino ricca, fatta di professionisti, avvocati, notai, industriali (ce ne sono ancora?).

In Corso Galileo Ferraris il “tour” è giunto al termine. Il paesaggio cominciato nella periferia anonima è cambiato completamente: i palazzi sono signorili, i bar eleganti, le vie pulite, gli alberi maestosi. Mi chiedo se tra un po’ di anni i contrasti si attenueranno. Nel senso, naturalmente, che in periferia si realizzi qualcosa di bello: piazze o edifici che siano.  Non è necessario che intervenga Juvarra o Le Corbusier! Basterebbe un po’ di buon gusto.

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4 ottobre 2012 4 04 /10 /ottobre /2012 13:03

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Il fatto

Il decreto rende disponibili 336 milioni (329 pubblici e 7.2 privati) per la bonifica e la riqualificazione del sito di Taranto. L’obiettivo è quello arduo di cominciare a superare i gravi problemi ambientali e sanitari (è di oggi la notizia che in sei mesi sono raddoppiati i ricoveri per tumore dell’Asl di Taranto) e, al contempo, salvare l’occupazione. Il Senato ha approvato con 247 voti favorevoli e i 20 contrari della Lega.

 Maroni ha affermato che”.. l’Ilva è un’azienda privata e non si capisce perché lo Stato debba intervenire per sanare la situazione. Ci sono stati altri casi in regioni del Nord, come a Marghera o a Genova, dove questo non è avvenuto... ”

Allasia, parlamentare piemontese della lega Nord, da parte sua, aveva presentato il 13 settembre un ordine del giorno, avente “..l’obiettivo di richiamare l’attenzione del governo su realtà torinesi come la discarica di Basse di Stura…”, sostenendo, tra l’altro, che “...Il governo, con la compiacenza di Pd, Pdl e Udc, considera la bonifica del porto industriale di Taranto una priorità e fa spallucce di fronte alle esigenze del territorio torinese che da decenni aspetta delle risposte..”

Il commento

 Alcune osservazioni.

1.        Non è vero che il governo non sia intervenuto per il risanamento di porto Marghera. Maroni potrebbe leggere le dichiarazioni fatte dal Presidente leghista della regione Veneto  Zaia che plaudiva  in aprile di quest’anno allo stanziamento di circa tre miliardi (non milioni come a Taranto!) pubblici  per il risanamento di Porto Marghera.

2.        La discarica di Basse di Stura a me risulta chiusa dal 2009. Ci saranno problemi di bonifica dell’area, ma non credo che la situazione specifica ( pur con tutti i problemi d’inquinamento di Torino) sia paragonabile  a quella di Taranto.

3.        Ma anche se tutte affermazioni dei rappresentanti della Lega rispondessero alla realtà,  potrebbero giustificare l’ostacolo posto  al  risanamento ambientale di una zona altamente inquinata solo perché si trova al Sud? E’ come se, mentre è in corso un’operazione peri salvare un malato di tumore in un ospedale del meridione, si dicesse: “Non è il caso di spendere questi soldi per  quest’uomo,  perché prima occorre pensare di salvare le vite dei  settentrionali!”.

Mi ritorna in mente la favola di Fedro, Il lupo e l’agnello: <<…Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, vanno allo stesso ruscello. Il lupo sta più in alto e, un po' più lontano, in basso, l'agnello.
Allora il malvagio, incitato dalla gola insaziabile, cerca una causa di litigio.
"Perché - dice - mi hai fatto diventare torbida l'acqua che sto bevendo?...”>>

Niente di nuovo sotto il sole. Purtroppo.

 

3 ottobre 2012

 

 

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6 settembre 2012 4 06 /09 /settembre /2012 12:57

Il fatto

Il 30 agosto il settimanale Panorama, edito da Mondadori, gruppo presieduto da Marina Berlusconi, ha pubblicato un articolo di Giovanni Fasanella contenente alcune “indiscrezioni su quel che si sono detti  al telefono il capo dello Stato e Nicola Mancino, nelle conversazioni segrete che la Procura di Palermo ha registrato”.  Secondo le indiscrezioni  “Napolitano… avrebbe espresso forti  riserve sull’operato della Procura [di Palermo]….anche su Di Pietro le confidenze telefoniche non avrebbero risparmiato critiche…..E parole molto poco benevole con il ricorso a metafore assai lontane dal linguaggio ovattato proprio delle alte cariche istituzionali sarebbero state riservate anche a Berlusconi… “.

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Il commento

Questi i fatti, ammesso che le citate indiscrezioni, senza neppure precisarne  le fonti, si possano considerare “fatti”.

Pochi sanno se le registrazioni delle telefonate confermino tali indiscrezioni. Il Presidente, che naturalmente sa,  dice che le ricostruzioni  sono “un autentico falso”. Lo stesso afferma nella sostanza il procuratore aggiunto Ingroia, che,  avendo fatto parte del pool che ha  indagato sulla supposta trattativa mafia – Stato, nel cui ambito rientrano le telefonate intercettate e secretate, qualcosa dovrebbe anch’egli sapere.

In ogni caso mi pongo alcune domande.

Si può fare uno “scoop” sulla base di indiscrezioni? Soprattutto quando si tratta del presidente dello Stato, di indagini in corso e di una questione che riguarda anche un pronunciamento della  Corte Costituzionale?

C’entra tutto questo bailamme con la crisi di vendite di Panorama? Con gli attacchi a Napolitano di alcune parti politiche di una certa destra e di una certa sinistra italiane? Con la battaglia contro le intercettazioni telefoniche della magistratura? Insomma con queste campagna di “notizie” è iniziata forse la campagna elettorale?

Sono domande retoriche per me, soprattutto in un Paese come il nostro, dove si facevano le stragi terroristiche, dove sono morti magistrati, affinché con la  paura e con la confusione si rafforzasse il partito del mantenimento dello status quo,  affinché nulla cambiasse, proprio quando aleggiava il profumo del cambiamento. Per carità, non voglio fare equivalenze tra cose avvenute in altri momenti  e di natura e gravità molto diversa, però  a me sembra che si respiri la stessa aria puzzolente.

 

 

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6 settembre 2012 4 06 /09 /settembre /2012 12:48

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Il fatto

Da una ricerca dell’Eurispes apprendiamo che, oltre allo spread tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi,  aumenta anche uno spread tutto italiano cioè la differenza tra il reddito dichiarato e il tenore di vita degli italiani. Gli studi più recenti mettono in evidenza che il reddito di una famiglia tipo non permette di far fronte ad una vita dignitosa, soprattutto a molte famiglie del Sud. Questa sarebbe la causa che spinge molti a sopperire alle difficoltà economiche con risorse sommerse.

Il fenomeno, individuato da un particolare indice che evidenzia l’incidenza del “sommerso” , vede la Puglia, la Sicilia e la Campania in testa con indici che vanno da 54 a 50, mentre le regioni “virtuose” sono Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige con valoro che vanno da 1 a 11.

La triste graduatoria vede in testa Catania con 60 punti di spread, seguita da Ragusa (57), Sassari (57) e Brindisi (57), mentre le province agli ultimi posti di questa speciale classifica sono Sondrio (2), Aosta (1) e Milano (0).

I fattori di crisi sono segnati nell’ultimo decennio da una diminuzione del potere d’acquisto dei salari, che rimangono tra i più bassi d’Europa, da un aumento dei prezzi per cui solo una famiglia su tre arriva con serenità alla fine del mese e una su quattro è costretta a fare ricorso al credito al consumo.

Tutto ciò ha contribuito a creare un aumento dell’economia sommersa che nell’ultimo anno ha generato circa 530 miliardi di euro. Se a questa cifra si aggiunge l’economia criminale che ammonta a circa 200 miliardi di euro si ha il quadro completo della situazione italiana.

 In sostanza circa il 50% dell’economia italiana è nascosta e ciò spiega perché nel nostro Paese non ci sono manifestazioni spontanee di dissenso come in altre zone del mondo, Stati Uniti compresi.

Dai calcoli fatti emerge che circa 280 miliardi (55%) sono da imputare al “lavoro nero”, 156 miliardi (29.5%) all’evasione fiscale di aziende e imprese, 93 miliardi (29.5%) alla cosiddetta economia informale (per esempio, gli affitti in nero).

Tutto questo crea evidentemente un danno notevolissimo all’erario per cui si è creato un circolo vizioso. L’aumento del debito pubblico spinge i governi ad aumentare le tasse, il che “costringe” una fetta sempre più grande di popolazione e imprese all’evasione, costringendo lo Stato ad aumentare ulteriormente la pressione fiscale.

Paradigmatico è l’esempio delle barche da diporto. E’ bastato l’annuncio di “una tassa di stazionamento” sulle imbarcazioni per indurre molti diportisti italiani e stranieri ad abbandonare i porti italiani a favore di quelli croati, francesi, greci e turchi, con il risultato che le entrate per settore della nautica da diporto sono diminuite nell’ultimo anno del 30%. A nulla è servita correggere il balzello in “tassa di possesso”. Ormai il danno era fatto.

Il commento

C’è poco da aggiungere. Solo qualche domanda.

E’ così difficile per il fisco italiano riuscire a reperire i dati relativi alle entrate ufficiali e alle spese reali (tenore di vita) dei singoli ( individui o famiglie)? Capisco che l’Eurispes lavora su dati statistici: ma i dati statistici non sono la somma dei dati individuali? E, inoltre, con l’uso dell’informatica, non dovrebbe essere relativamente facile risalire ai beni posseduti dagli italiani (case, barche, macchine di lusso) e quindi incrociare i dati di spesa con quelli delle entrate ufficiali ?

Qualcosa mi sfugge sicuramente. E se tutto –è triste affermarlo- si spiegasse con la mentalità di noi italiani ( Fatta la legge trovato l’inganno)?

 

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