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5 ottobre 2011 3 05 /10 /ottobre /2011 21:43

L'Autore analizza il malessere del Nord negli anni '80 e '90, anni in cui si afferma il nuovo soggetto politico, la Lega Nord. Il settentrione d'Italia, già prima dell'avvento di Bossi, era alla ricerca di una rappresentanza politica per i problemi che viveva: inefficienza dello stato, burocrazia lenta e costosa, infrastrutture vecchie, difficile concorrenza, a causa della globalizzazione, con le economie dei paesi europei ed extraeuropei, assistenzialismo esasperato nei confronti di gran parte del sud, corruzione politica, costi della politica in generale, difficoltà di accesso al credito.

Parte da una considerazione, che è il leit motiv di tutto il libro: la Lega non è la malattia del Nord ma il sintomo.

Fa un excursus della storia della Lega osservando che essa ha il suo nucleo forte non in tutto il Nord in modo omogeneo ma soprattutto nell'Italia "pedemontana", cioè, pressapoco, in quella zona ai piedi delle Alpi: province di Cuneo, Sondrio, Bergamo, Brescia, Varese, Como, Treviso, Pordenone, Vicenza, Belluno e Verona.  Zone in cui, fino al 1992-93, prima di Tangentopoli e della disfatta dei partiti tradizionali, erano fortissime la Dc e la Chiesa, intesa come chiesa delle parrocchie, quindi come rete assistenziale e protettiva e, se vogliamo, localistica a tratti antistatalista.

La Lega quindi agisce su un substrato culturale e politico ad essa favorevole, segnato da fenomeni di localismo politico e religioso. Essa si fa "periscopio" e "detonatore" del malessere del Nord, ma non riesce, neppure nei momenti di maggiore espansione, a raccogliere vasti consensi nelle aree metropolitane, tanto per capirci, Torino, Milano, Genova e Venezia. La sua proposta politica è semplice ma non dà risposte convincenti alla crisi del capitalismo post-fordista o terziarizzato e, se vogliamo, neppure alla piccola impresa del Pedemontano.

La sua proposta va dalla richiesta di indipendenza a quella del federalismo fino ad arrivare alla secessione. Proposte che danno una soluzione semplicistica e, per certi versi irrealistiche, ai problemi, ma, forse, perché semplici, hanno il loro "fascino". La principale contraddizione della Lega sta nel fatto che essa cerca la soluzione alle difficoltà del Nord a Roma, negli anni '90, con partiti come "Forza Italia" e "Alleanza nazionale" che agiscono sul suo stesso territorio e sullo stesso versante politico, ma che non hanno proposte sempre conciliabili con quelle della Lega stessa.

Essa propone un'entità che non esiste, la Padania, che ha un fascino come lo ha la Terra Promessa, ma che incontra difficoltà oggettive nel fatto che esistono 5 Nord almeno, come dice Diamanti: il "profondo Nord", di cui si parlava prima, il "Nord di sinistra" che è concentrato a nordovest, il "Nord di destra", terreno del centro-destra, avente il suo centro nelle province di Milano e Pavia, il  "Nord concorrenziale" in cui la Lega ottiene buoni risultati, ma dove sono in equilibrio il centro sinistra e il centro destra (entrambi intorno al 35%) e dove il contesto socio-economico oscilla tra la concentrazione delle grandi industrie e la diffusione delle piccole e medie e, infine, il "Nord delle Province autonome".

L'Autore fa pure una disamina del ceto sociale che costituisce questo partito: è quello con la percentuale più alta di giovani, di operai e di piccoli imprenditori del Nord, ma con scarsa presa sulle donne soprattutto le casalinghe. Suo limite e sua forza nello stesso tempo è il centralismo, tutto incentrato nel suo leader carismatico e indiscusso: Umberto Bossi. Nel senso che non c'è spazio al suo interno per chi lo mette in discussione.

In fondo, dice Diamanti, anche gli aspetti folcloristici della Lega (il linguaggio forte e talora scurrile, le adunate alle sorgenti del dio Po, ecc.), se servono a compattare la base, spesso diventano oggetto di scherno da parte degli avversari politici e in certi casi allontanano anche i moderati a cui loro stessi fanno spesso riferimento.

Infine nel saggio vengono esaminati gli spazi e le complicità involontarie che il Partito del Nord può sfruttare, dalla divisione interna degli avversari, sia nel Polo di destra che nella Sinistra, alla necessità di collegarsi all'economia del resto d'Europa, esigenza che il Nord sente più del Sud e per la quale è più pronto.

Insomma Diamanti riesce bene a raccontare la storia, le opportunità e le contraddizioni della Lega.

Riesce meno, secondo me, a descrivere e ad approfondire la natura del "male del Nord", in altre parole, i risvolti sociali, economici, politici di questo malessere. Dice giustamente che non esiste il Nord ma diversi Nord, ma non scende nei dettagli. Forse ciò, nonostante il titolo, non era negli intenti dell'Autore. 

 

 

 

 

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23 agosto 2011 2 23 /08 /agosto /2011 18:28

 

Portrait of w:en:Claude Lévi-Strauss | Claude Lévi-Strauss taken in

L'Autore si interroga sulle basi scientifiche dell'idea di razza e su quali siano i legami tra le caratteristiche genetiche e la cultura di una popolazione. Ma, aldilà dei risvolti scientifici, è un saggio contro il razzismo.

Levi Strauss esordisce mettendo in dubbio il concetto stesso di razza. Secondo lui ci sono innegabili differenze culturali tra le diverse popolazioni che vivono in luoghi diversi o che sono vissute in epoche diverse. Ma non ha senso parlare di superiorità di una cultura rispetto ad un'altra anche perchè i popoli che noi chiamiamo selvaggi (o barbari) danno lo stesso giudizio negativo su di noi. Nella storia i popoli hanno scelto strade diversificate di civiltà ma non esiste un popolo senza storia culturale.
Essa influenza la selezione di una buona parte dei geni di un gruppo umano. I geni dell'anemia falciforme, per esempio, si affermano nel genotipo di popolazioni che, avendo scoperto l'agricoltura, hanno creato zone paludose nella loro opera di disboscamento.

Ci sono numerosissime culture come conseguenza delle diverse strade prese nella storia dall'uomo ma non ha senso assegnare alle civiltà collocazioni gerarchiche precise.

L'autore mette però in guardia dall'illusione che, battuta sul piano scientifico l'idea di razza intesa come superiorità di una razza sull'altra, venga sconfitta quell'idea che è stata ed è ancora pretesto per la sopraffazione di un popolo rispetto a un altro.

L'aumento della popolazione mondiale e la globalizzazione pongono problemi enormi che né l'etnologo né il biologo da soli possono risolvere: da una parte si osserva la scomparsa della creatività favorita dalla diversificazione culturale, dall'altra il restringimento degli spazi fisici vitali e la finitezza delle risorse alimentano le intolleranze di cui il razzismo è solo l'alibi.
Ultimamente la sociobiologia interpreta i diversi comportamenti sociali, compresi quelli degli animali, come mezzi per conservare il patrimonio genetico dell'individuo, della famiglia, del gruppo e in ultima analisi della specie. Ma questo concetto rivoluzionario entra in conflitto con l'idea di libertà individuale.
É vero che i geni determinano le caratteristiche culturali delle popolazioni ma è più vero il contrario: la resistenza al freddo di certe etnie è stata determinata da spinte culturali che hanno favorito il diffondersi di certi geni nella popolazione. Lo stesso discorso si può fare per lo sviluppo delle capacità intellettive.
Levi Strauss, infine, si chiede se esistono valori universali della cultura e risponde di sì, facendo l'esempio del matrimonio inteso in tutte le culture come scambio di donne tra gruppi diversi.


A mio parere è un libro che apre orizzonti culturali nuovi, documentato sulla base di ricerche fatte dall'Autore stesso, a volte ostico, ma di alto livello scientifico come tutti i libri del grande antropologo.


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